2007 10 Articolo: Open punto e basta

From NAUTIPEDIA
Jump to navigationJump to search

Riportiamo l'articolo apparso su Yachtonline.it della rivista Yacht Capital del 2007 10 - Il link http://www.yachtonline.it/boat-review/imago-48 non è attivo poichè l'editore ha ritirato o oscurato tutto il materiale pubblicato

testo:


Boat Review | IMAGO 48

Open punto e basta

Imago navigazione.jpg

Da dove si comincia a progettare una barca? Da sopra, da sotto o da dentro? Alla Giolmarine si comincia da ciò che non si vede, ma che si sente quando si plana sull’onda, vale a dire dall’engineering. Per questo giovane cantiere veneziano, che vanta performance economiche da marchio superaffermato, le doti marine vengono prima di tutto. E forse non è un caso che il primo schizzo del 32 piedi, l’entry boat varata nel 2004, sia stato disegnato insieme a Peter Ritmaster, il fondatore della Bertram, durante un soggiorno nel Maine. Certo si tratta di barche molto diverse, ma la filosofia di base resta la stessa: la sicurezza innanzitutto. Poi, per tutto il resto, si può discutere. E non è un caso nemmeno il fatto che l’engineering di cui sopra sia stato affidato a Gianfranco De Casa, un ingegnere che vanta molti lustri d’esperienza nella progettazione di barche veloci per la Marina militare e che ha apposto la sua firma su parecchie motovedette della Capitaneria di Porto e della Guardia di Finanza. Insomma, gli Imago sono, a detta del loro ideatore, e anche di tutti quelli che ne usufruiscono, barche con cui prendere il mare in tutta souplesse. E per di più sono belle. Talmente belle che un giornale inglese le ha definite gentlemen racer. E l’Imago 48, secondo nato della serie, non fa eccezione. È un open puro, senza compromessi. Non c’è la possibilità di coprirlo con un hard top, nemmeno se scorrevole. È un open punto e basta. Prendere o lasciare. Del resto, chi mai si sognerebbe di mettere il tetto a una Harley Davidson? Il paragone forse può sembrare forzato, ma a quanto pare il clan degli armatori Imago, giunti già a quota 24 (20 per il 32 piedi e quattro per il 48), è composto da imago victims che si innamorano a prima vista di questi scafi eleganti e slanciati, che sotto tanta bellezza nascondono performance e tenuta di mare degne di una motovedetta. Proprio come accade per i cultori delle rombanti due ruote statunitensi. Il 48 è, al pari del suo fratellino minore, un trionfo di materiali pregiati e rifiniture accurate, ma dispone anche di soluzioni insolite e intriganti. Lungo 14,60 metri (in origine doveva essere un 44, ma è stato poi allungato per non compromettere l’equilibrio delle linee), l’Imago 48 ha un ponte di coperta pulito ed elegante che prevede un’ampia postazione di guida con un nuovo cruscotto, rispetto al modello precedente, in acciaio borchiato in stile retrò, un divanetto circolare protetto lateralmente dal parabrezza avvolgente e due prendisole king size all’estrema poppa. Nuove sono anche la scaletta da bagno e la doccia di poppa. Così come le vernici metallizzate Awlgrip per lo scafo. Ma dove si rimane a bocca aperta è sottocoperta. Quando il layout è tradizionale ci si imbatte in due belle cabine matrimoniali con bagno, rischiarate dai tessuti chiari e dal rovere sbiancato che vengono ripresi anche nella grande e accogliente zona living. Ma con pochi, semplici gesti, questo layout può essere trasformato in un open space che va da prua a poppa e che consente di vivere la barca come un grande loft. Un loft che, se motorizzato con due Yanmar da 720 cavalli ciascuno, vola con sicurezza sulle onde a 50 nodi nel più assoluto silenzio. La sua morbida carena a V profonda gli permette infatti di entrare in planata già a 16 nodi e offre una media di crociera di ben 44 nodi, che scendono a 35 se si vuole adottare un regime economico che assicura un consumo di soli 130 litri all’ora, quasi un record. Un’ultima chicca: il tender è ingegnosamente nascosto a poppa, tra i due motori. Si vara e si ala in un attimo, ma non è mai a vista. Le splendide linee di questa barca non lo sopporterebbero. I suoi armatori nemmeno.

(Yacht Capital, n.10/2007) editoriale